_Valentine
15 commenti Febbraio 14th, 2007

Sul numero 460 Aprile 2006 di Abitare, Beppe Finessi parla in un suo articolo del MAN, Museo d’Arte di Nuoro.
Riporto fedelmente l’articolo, sottoscrivendo in pieno le sue parole.
MAN
Museo d’Arte di Nuoro
Con un progetto culturale coraggioso, con una programmazione ambiziosa, con un’immagine coordinata che non passa inosservata, con una sede di grande presenza architettonica (un bel palazzo d’epoca completamente ristrutturato) il MAN di Nuoro ha dimostrato, in questi primi anni, di attività, come sia possibile raggiungere risultati oggettivamente positivi occupandosi d’arte, senza inseguire mostre di cassetta, senza stemperare le doverose pulsioni verso la ricerca, senza appiattirsi sulle pressioni dell’intorno geo-politico. Un bilancio, dopo sette anni di attività, dopo quaranta mostre, dopo altrettanti cataloghi autonomamente prodotti: un breve resoconto pieno di ammirazione e stima per questo museo, orgoglio di una città distante dai tradizionali itinerari turistici. Ma la provincia italiana spesso stupisce, è dinamica, aperta, desiderosa. Forse gli affari si continuano a chiudere a Milano, ma la ricerca quella no, ormai la si vede a Trento, a Bergamo, a Modena, a Monfalcone, a Isernia, a Prato, a Siena, e poi certo a Bologna, a Napoli, a Torino (tutte città con importanti musei d’arte contemporanea, alcuni di recente apertura o rinnovamento, molto spesso diretti da critici). O a Nuoro. DOve la direzione artistica di Cristiana Collu ha impresso, fin dai primi passi, un ‘impronta di profilo internazionale, senza dimenticarsi del patrimonio genetico del luogo(i grandi artisti di quella terra), senza chiudersi a possibili relazioni con altre istituzioni nazionali.
COsì sono state possibili mostre emozionanti, come quella di apertura su Eduardo Chillida, selezioni importanti per registrare un genio nei suoi 360 gradi (Bruno Munari), azzardi sui giovani e giovanissimi autori su cui era giusto investire (Matteo Basilè, Daniele Galliano o Marco Cingolani), riflessioni che hanno fatto il punto su movimenti da riscoprire (”Arte Programmata e Cinetica in Italia 1958-68″), riletture su momenti o cicli pittorici specifici dei grandi del Novecento (GIorgio de Chirico, Filippo De Pisis, Lucio Fontana, Joan Mirò, GIorgio Morandi, Pablo Picasso), sane parture alle discipline vicine (diverse proposte sulla fotografia, come la perfetta “Ugo Mulas”; una mostra esemplare su uno dei padri della grafica italiana “Giovanni Pintori”; una mostra originale tra immagine e design, “Intorno alla fotografia”), sperimentazioni non certo silenti (lo scandaloso Erwin Olaf), significative collaborazioni con altre realtà (”Italia quotidiana”, con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e “100 Capolavori dalla Raccolta Fotografica della Galleria Civica di Modena”), e doverosi omaggi ai grandi artisti di quella terra, come il racconto dell’esperienza importante, intensa, inarrivabile di Maria Lai. Mostre affidate spesso a curatori esterni, scelti guardando con curiosità ai pensieri vivi in giro per il mondo. Poi una pragmatica attenzione a ogni aspetto che oggi non va trascurato (relazioni, comunicazione, stampa, ospitalità, ecc…), e così, nel lungo periodo, questa istituzione si è trovata al centro delle migliori traiettorie dell’arte contemporanea, un museo sempre presente nella stampa specializzata e nei pensieri di tutti gli addetti ai lavori. Così come non sono mancati significativi riconoscimenti: nel 2004 Cristiana Collu, infaticabile e colta direttrice del MAN dalla sua fondazione, ha vinto il premio ABO (Achille Bonito Oliva) destinato alla migliore direzione di musei; nel 2005 il catalogo della mostra “Catastrofi minime”, con la grafica di Sabina Era (progettista fin dalla prima ora dell’immagine del museo), è stato segnalato nell’ADI Index 2005.
Bene: ma perché queste cose non avvengono anche per il mondo del progetto? Perchè continuiamo ad aspettare un museo del design (sia ben chiaro, legittimo e quanto mai necessario) quando nella realtà ne occorrerebbero cinque, dieci, venti di (agili) strutture per promuovere e sostenere il nostro sempre più fragile sistema design? Il “modello” MAN ci indica che dobbiamo imparare dall’arte.
Beppe Finessi
(architetto, giornalista, studioso di Munari, autore di allestimenti di mostre)
3 commenti Maggio 3rd, 2006

Non poteva che finire così, su un piatto in una pizzeria gestita da cinesi.
Il logo dei mondiali più brutto a livello interplanetario. Addirittura più brutto del logo della Lega Nord.
L’italia patria di Leonardo Da Vinci, famosa in tutto il mondo per il suo design, per la moda, per la creatività, nel 1990 ebbe il coraggio, perchè solo quello ci voleva, di utilizzare questa specie di omino come logo per l’evento sportivo più importante al mondo.
Il logo, che pare essere un cane con gamba alzata mentre piscia sul parafango della macchina di Montezemolo (organizzatore di quel mondiale), nasce dalla scritta ITALIA che scomposta in vari pezzi si rimonta formando il famoso omino.
Qualcosa di più semplice no? Un peperoncino, un oliva, un panettone, uno spaghetto. Niente.
Una schifezza di simbolo che ha pure portato sfiga. Il logo poi è talmente spigoloso che ci potevano giocare i bimbi dai 14 anni in su. Una vera genialata del made in italy. La FIAT DUNA dei loghi. Brutto, brutto, ma brutto…talmente brutto che i cinesi non l’hanno nemmeno copiato.
11 commenti Marzo 28th, 2006
SardegnaLab è un progetto che mira alla riproposizione del tradizionale artigianto sardo in chiave contemporanea grazie alla collaborazione tra artigiani e designer. L’iniziativa è nata da due designer, Annalisa Cocco e Roberto Morittu, in collaborazione con l’artista Gianfranco Pintus e su diretta sollecitazione della Regione Sardegna. Il nuovo progetto è stato presentato all’ultimo MACEF di Milano. L’idea è quella di traghettare un così ricco patrimonio di cultura materiale nei circuiti di riferimento nazionali e internazionali.
SardegnaLab è un marchio che coniuga l’artigianato tradizionale sardo con le più aggiornate intuizioni in termini di gusto e design, producendo manufatti, di estrema sintesi, oggetti ‘concettuali’.
L’eredità lasciata dall’esperienza dell’ I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano) è vastissima e di estrema qualità. Già con il fondatore del suddetto ente, Eugenio Tavolara, gli oggetti dell’artigianato diventano oggetti di design nei quali è possibile trovare codici espressivi ed eccellenti modalità d’esecuzione.
SardegnaLab riparte da questa mappa progettuale per tracciarne nuove destinazioni.
Fornendo preventivamente un’approfondita raccolta documentaria sulla storia dell’artigianato sardo, è stato proposto a un gruppo di designer italiani e stranieri di ripensare, in questa prima fase, a due oggetti fondamentali nella cultura materiale dell’isola, espressione di sintesi assoluta fra le esigenze pratiche e primarie della vita rurale e la ricerca di un valore aggiunto dicarattere estetico: la brocca e il cesto.
Tavolini con cesti: su una base in ferro verniciato nero con cinghie di cuoio viene calzato un cesto di rafia naturale realizzato a Castelsardo secondo la lavorazione tipica della zona.
La sfida è quella di ricominciare da questi due archetipi tenendo conto delle fluttuazioni del gusto e delle dinamiche del mercato, trasformandoli, insomma, in archetipi contemporanei.
Individuati designer e architetti, è stato loro chiesto di elaborare progetti sui temi proposti; contemporaneamente, sono stati selezionati sul territorio una ventina diartigiani specializzati nella ceramica e nella lavorazione a intreccio delle fibre naturali.
Canne intrecciate componibil e collegabili con un filo di lana rosso. All’interno cilindri di Pyrex.
Il senso di questa impresa è anche quello di ricominciare un dialogo interrotto sia a causa dell’espansione della produzione industriale sia per un frainteso senso dell’artigianato ‘artistico’ sardo. Un dialogo che faccia risaltare sia le specificità artigianali dei singoli operatori, sia le tecniche di lavorazione tipiche delle diverse zone dell’isola e, allo stesso tempo, sia capace di declinare le une e le altre secondo nuove suggestioni, senz’altro orientate verso quel bisogno di essenzialità e di riduzione del decoro tutto nostro, contemporaneo.
Letto e rielaborato da Abitare 458 Febbraio 2006
7 commenti Febbraio 21st, 2006
Mario Cucinella architetto classe 1960.
Allievo di Renzo Piano per 5 anni, fonda nel 1999 il Mario Cucinella Architects.
Lo studio che si trova a Bologna si occupa di progettazione architettonica con particolare attenzione alle tematiche energetiche ed ambientali, nel design industriale e nella ricerca tecnologica.
In occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006, vorrei segnalarvi un suo progetto che ha a che fare con lo sport, in un modo molto originale e divertente.
Tratto dal sito http://www.mcarchitects.it
Parigi, Villejuif Léo Lagrange
Stazione della metropolitana
Per celebrare il centenario della metropolitana parigina, RATP (Régie Autonome des Transports Parisiens) ha promosso un concorso per la riqualificazione di dieci stazioni, stabilendo per ciascuna un tema che ha segnato il XX secolo.
Il progetto di MCA, sul tema dello Sport, riguarda la stazione di
Villejuif-Léo Lagrange (nel XIII Arrondissement) dedicata al grande sportivo ed ex ministro della Repubblica francese. L’intervento è consistito in una completa ristrutturazione della stazione, incluso il sistema di illuminazione che come gli altri elementi compositivi è stato organizzato in linea con il tema fissato. La collaborazione di architetti, scenografi, grafici e direttori sportivi – nel rispetto delle indicazioni di RATP – ha assicurato la piena valorizzazione dello spazio della stazione, dal piano ammezzato dell’ingresso a quello a tutta altezza delle banchine di attesa.
Il tema sportivo si sviluppa attraverso un apparato scenografico dominato dai pannelli metallici modulari a parete (altezza 7 m), sui quali è stato applicato un film adesivo stampato ad alta definizione con rappresentazioni delle performance sportive di nuoto e corsa, messe a confronto con il mondo animale. Sulle pareti delle banchine sono inoltre riportati aneddoti della storia dello sport e record; segni e misure tipici dei campi sportivi, tracciati con diversi colori sui pavimenti, accompagnano i viaggiatori nei loro percorsi, mentre schermi televisivi, opportunamente dislocati, riportano in tempo reale i risultati degli eventi sportivi. I cestini portarifiuti, numerati come le magliette delle squadre sportive, e il sistema di illuminazione, realizzato con speciali cestelli ispirati alle luci dei campi di gioco, completano la scenografia d’insieme.
10 commenti Febbraio 10th, 2006
Non potevo che inaugurare il blog con due temi a me cari: il design e il cibo.
Per disegno industriale si intende, di norma, la progettazione di oggetti fabbricati industrialmente, cioè tramite macchine e in serie. Questa definizione mi fa pensare che il Big Mac o comunque qualsiasi ‘panino’ di Mc Donald è un oggetto di design. Food Design per l’esattezza
Personalmente lo ritengo più un oggetto di design che non cibo.
Viene preparato in serie seguendo delle ricette praticamente ’scientifiche’: gli ingredienti sono dosati perfettamente sempre nelle stesse quantità. Vengono cotti e/o decongelati tramite macchine. La mano dell’uomo compare solo nell’assemblaggio.
Anche il sapore sa di ‘chimico’, di ‘artificioso’.
In Sardegna la cucina è e rimarra per molto tempo ancora puro ‘artigianato’. Le ricette vengono tramandate da madre a figlia in un modo Non-scientifico.
Gli ingredienti sono dosati in modo del tutto personale:
‘Allora di farina ne metti un pugno…’ ma un pugno di chi?
‘Zucchero ne basta un bicchierino’…bicchierino? e dove lo trovo un bicchierino. Almeno fosse quello della nutella.
Praticamente impossibile replicare.
Buon appetito
14 commenti Gennaio 21st, 2006
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