Architettura

_Abusi

ruspa

All’indomani della caduta del governo, vorrei segnalare un interessante articolo di Giorgio Todde, oculista e scrittore sardo, che dalle pagine di Eddyburg, sito di Edoardo Salzano, prende spunto dalla vicenda di Orosei di questi giorni per parlare di abusi edlizi e di territorio Sardo.
Consiglio di leggerlo soprattutto ora che il governo è caduto e che forse ritornerà il governo dei condoni edilizi.
Anche se per dirla tutta, gli abusi in Italia non hanno bandiere politiche.

Lo sgretolamento delle nostre polverizzate realtà locali ha concorso a diffondere l’idea che le norme, le regole e perfino le sentenze possano essere modificate – come durante una rivoluzione - dalla cosiddetta “volontà popolare” aizzata e infiammata da un Masaniello che guida la “rivolta”.
Ora, avviene ad Orosei – un territorio bellissimo e ambìto dagli speculatori – che il tribunale abbia emesso un’ordinanza di demolizione. Insomma alcune costruzioni e parti di costruzioni abusive, devono essere abbattute dalle ruspe. Così, contro il sindaco di quel paese è stata esplosa una bomba. Una specie di ordalia nostrana per il sindaco che supera la prova.

Un ex sindaco (sindaco del paese per dieci anni e vicesindaco per altri cinque) ha acrobaticamente proclamato che il legittimo abbattimento di costruzioni illegittime, provocherà conseguenze nefaste. Ci ha perfino spiegato, l’ex sindaco, che la faccenda delle demolizioni “ non è affrontabile con il solo metro giuridico” e che la questione rappresenta “un problema politico di giustizia sostanziale”. Come se quella dei giudici del tribunale di Nuoro non fosse una giustizia sostanziale. Come dire che la Giustizia si deve adeguare all’idea di “giusto sostanziale” dell’ex sindaco. L’ex primo cittadino, conscio o no della gravità del proclama, ingrossa il corteo di chi istiga contro la sentenza di un tribunale cavalcando senza sella il “giudizio popolare”. Infine minaccia un atto estremo: le dimissioni da consigliere se le demolizioni andranno avanti e se il suo distinguo tra giustizia formale e giustizia sostanziale non verrà recepito. Noi ci auguriamo che la legge faccia il suo corso e che il consigliere mantenga la promessa.

Ma la questione dell’abbattimento di poche case, poggioli e balconcini ne nasconde un’altra più sostanziosa e complessa.
Il territorio di Orosei ha trovato, in questa amministrazione, chi ha compreso l’elementare verità che un territorio è una ricchezza soltanto se lo si conserva integro, se si evitano orrori ( e a Orosei ne sono avvenuti ) e che l’urlo di guerra di tanti sindaci vista mare, “valorizziamo, valorizziamo”, ha un effetto distruttivo perché la cosiddetta “valorizzazione” è consistita nel togliere il sangue al territorio sino a renderlo esausto e privo di ogni valore. Orosei ha ancora molte meraviglie da salvare e può diventare un esempio di diffusione della ricchezza ( per tutti e non per affaristi e loro servitori ) proprio attraverso la conservazione del bello naturale. Sostenere la linea della legalità, del rispetto delle norme che regolano l’uso dei suoli significa battere l’unica via possibile perché Orosei si conservi. Le novecento irregolarità rilevate nel suo territorio sono un segno di cattiva gestione nei quindici anni durante i quali anche l’ex sindaco amministrava e lottava contro l’abusivismo. Cosa è successo al tesoro di famiglia di Orosei negli anni novanta, sino a qualche anno fa, è sotto gli occhi di tutti. E non ha scusanti.

Il paese della Baronia è oggi una metafora dell’intera Isola assediata da speculatori che raccontano la balla luccicante di come ci arricchiremmo moltiplicando metri cubi, attracchi, porti, aeroporti e strade sino alla scomparsa del nostro paesaggio, spremuto, frantumato e violentato da un’impossibile idea di sviluppo infinito e progressivo.
Schierarsi, come ha fatto l’ex sindaco di Orosei, contro la sentenza di un tribunale è legittimo anche se inopportuno. Ma dichiarare che esiste un’altra giustizia, parallela e “sostanziale”, beh, significa spararla grossa, significa propagandare l’idea avvelenata che di giustizie ne esistano tante.

Lascia un commento Gennaio 25th, 2008

_MERDA

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Dal blog di Anne Choi, ripreso da Abitare di qualche mese fa, riporto fedelmente e sottoscrivo:

CARI ARCHITETTI, SONO STUFA DELLA VOSTRA MERDA

Una volta, tanto tempo fa, nei giorni della mia giovinezza, avevo un amico che studiava architettura per diventare, presumibilmente, un architetto.
Questo amico mi ha fatto conoscere nuovi amici, che studiavano anch’essi architettura. Di lì in poi scoprii che questi amici avevano a loro volta altri amici architetti – intendo veri architetti, impegnati a fare della vera architettura, come progettare lussuosi condomini che assomigliano moltissimo a vibratori di vetro. E questi veri architetti conoscevano altri veri architetti e così facendo ora le uniche persone che conosco sono architetti. E tutti progettano vibratori di vetro dove io mai lavorerei né tanto meno andrei ad abitare: alla fine serviranno solo a ostruire la mia visuale del New Jersey.

Architetti, non offendetevi. Voi mi piacete. Vi trovo simpatici, penso che il più delle volte il vostro odore sia gradevole, e mi piacciono i vostri occhiali. Avete una criniera folle, e, se siete fortunati, la maggior parte di questa vi rimane in testa. Ma l’architettura non mi interessa. È la verità. Questo è quello che mi interessa: burritos, porcospini, caffe. Come potete vedere, l’architettura non è nella lista. Ho fiducia nel fatto che nell’elenco delle cose che mi interessano l’architettura cada da qualche parte, tra un fungo dell’unghia del piede e una colonscopia invasiva. Forse, se non ne aveste parlato così tanto, sarebbe stata più interessante. Quando indicate un cilindro di vetro e dite con fierezza, hey, quello lo ha disegnato il mio studio, io me la rido e dico che è come un pugno nello stomaco. Di riflesso voi girate la testa, manifestando disgusto e vergogna.

Pensate: ovviamente lei non capisce. Che cosa ne sa lei? È solo una scrittrice. Non è un architetto. Lei rispetta le vocali, non i falli di vetro. E poi dite “sto progettando proprio ora un lifestyle center” e quando io vi chiedo che cosa sia, voi mi rispondete che è un luogo che offre merci, servizi e prodotti in saldo e di conseguenza penso che si tratti di un centro commerciale, ma voi dite no, è un lifestyle center. Insisto nel dire che davvero suona come un centro commerciale. Arrivo dalla provincia: lo so bene io cosa sono i centri commerciali.

Architetti, sarò sincera, voi mi confondete.
Lavorate 60, 80 ore la settimana e nonostante questo non avete mai soldi. Perché non mi offrite un drink? Dov’è finita la munificenza dei ricchi? Forse l’avete spesa in un Merlot. Forse l’avete investita in mignotte e in sniffate. Non posso esserne sicura. È un mistero. Lascerò agli scienziati il piacere di svelarlo. Gli architetti amano discutere di quanto poco riescono a dormire. In queste occasioni uno dirà che è rimasto in studio fino alle 5 di mattina solo per tornare indietro dopo due ore. Poi un altro dirà, oh, questo è niente, io non ho dormito per un’intera settimana. E a questo punto, prova a indovinare, un altro dirà io non ho mai dormito. Miei cari architetti, il vostro duro lavoro non si misura sul numero di ore sottratte al sonno.
Avete mai sentito nominare Rem Koolhaas? È un famoso architetto. Ho sentito dire che Rem Koolhaas dorme sempre. Credo lo stia facendo anche adesso. Ho anche sentito dire che risolve tutti problemi. E anche che, viaggiando in continuazione, costruisce edifici che assomigliano non a falli di vetro ma a vagine di cemento armato. Dormendo di più, si conquista la vagina. Imparate da Rem Koolhaas. La vita è dura anche per me, cercate di capirmi. Gli architetti sono una parte importante della mia esistenza. Mi chiamano alle undici di sera e mi dicono che sono appena usciti dallo studio e mi chiedono se ho fame. Senti, è praticamente mezzanotte. Ho cenato ore fa. È passato così tanto tempo che, in effetti, ho ancora fame. Dunque sì, ci andrò. E dopo esserci andata, so che là troverò altri architetti impegnati in conversazioni sui virtuosismi di AutoCAD e su qualcosa che riguarda certi pannelli elettrici e non posso credere che questo sia tutto quello che hanno fatto oggi, che lagna!

Guardo a tutta qusta gente intorno al tavolo, povera, stanca e affamata e penso a me stessa: ho solo una pallottola in canna, chi sceglierei? Ho un amico che fa il medico. Mi prescrive pillole. Mi piacciono. Ho un amico avvocato. Mi aiuta a fare causa al mio proprietario di casa. I miei amici architetti non mi hanno mai dato nulla. Niente pillole, nessun consiglio medico, e non sanno nemmeno come si scrive “citazione in giudizio”. Un solo architetto, amico mio, si è reso conto una volta che il mio appartamento misurava 18 mq. Carino. Lo ringrazio per questo. Suppongo che qualcuno possa chiedersi che cosa una persona come me abbia da offrire a degli architetti come voi. Vi faccio coraggio, faccio il tifo per gli architetti quando iniziano a parlare di architettura.

Li costringo a discutere di argomenti molto più interessanti, come le uova di tacchino. Perché mangiamo uova di gallina e non di tacchino? Sono più grandi. E alla gente il tacchino piace davvero. Vedi? Non ho paura di fare domande su questioni spigolose come questa. Dunque, cari architetti, vi starò addosso per un pò. Mi auguro che un giorno qualcuno di voi possa diventare medico o avvocato o possa calcolare le mie tasse. E allora tutti rideremo pensando al tempo in cui passavate le vostre serate a parlare di qualche europeo mai incontrato, che progettava edifici che non avreste mai visitato poiché eravate troppo occupati a lavorare a qualche cosa che non sarebbe mai stato costruito. Ma anche se quel giorno non dovesse mai arrivare, chiamatemi lo stesso, sono libera. Cordialmente, Annie Choi.

1 commento Gennaio 18th, 2008

Sottsass

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Ettore Sottsass ( Innsbruck 14 Settembre 1917- Milano 31 Dicembre 2007): Architetto e Designer Italiano.

Da Repubblica del 2 Gennaio 2008 :

E la funzione dell’oggetto? Lei ha sempre sostenuto che il suo funzionalismo è nella speranza, affidata all’oggetto, che trovi una sua funzione.
“Lo dico ancora adesso. Un’automobile posteggiata è un oggetto spaventoso, ci vuole uno che la faccia andare. Vale per tutti gli oggetti. Ai tempi di Memphis tutti mi dicevano: questo scaffale è obliquo, manca la funzionalità. Ma lo scaffale non ha funzionalità, è chi lo usa che deve trovarla. Con i fiori siamo sempre nei guai, i vasi sono troppo piccoli o troppo corti. Ma non è colpa dei vasi. Tra l’altro, c’ è ancora l’abitudine settecentesca di mandare troppi fiori. Basta un fiore per muovere l’aria”.

Lascia un commento Gennaio 2nd, 2008

_Intervallo

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Nuoro, Piazza Sebastiano Satta

1 commento Maggio 19th, 2007

_Bètile

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Come dicevamo ha vinto il progetto di Zaha Hadid. Non dirò che ha vinto Zaha Hadid perchè sono stufo di vedere e sentir trattare gli architetti come delle star o nel peggiore dei casi come ‘artisti’. Gli architetti sono architetti, anzi, maledetti architetti come dice Tom Wolfe in un suo libro. Visti gli altri progetti partecipanti, posso trovarmi pienamente d’accordo sul giudizio della giuria. Trovo meno condivisibili le parole che hanno usato. Paragonano il museo di Hadid ad un corallo con una massa dura e cavo al suo interno. Tutti i progetti sono massa dura e cavi all’interno. Il progetto vincitore lo trovo molto simile ad una roccia modellata dal vento e dal mare. Ma queste sono solo delle valutazioni formali. L’architettura è forma e funzione. E poi anche estetica. Si sbaglia chi pensa che l’architetto sia uno con più gusto degli altri e che faccia le cose belle. L’architetto interpreta lo spazio e lo racchiude con gli elementi propri dell’architettura: pareti, solai, infissi. Lo racchiude e lo modula. Poi li può rendere belli.
Il progetto di Zaha Hadid ha più di tutti capito lo spazio sul quale andava ad operare. Per come la vedo io in Sardegna bisogna progettare tenendo conto anche del paesaggio, inglobarlo nel progetto, renderlo architettura. I progetti che non hanno vinto sono ‘troppo chiusi’ nei confronti del paesaggio. Si chiudono in loro stessi, negando quello che li circonda. Ma il legame che lega i sardi e l’arte sarda alla terra, al paesaggio è troppo forte per negarlo e non esporlo. Non parliamo poi della banalità formale di quel progetto ripete il tema del Nuraghe.
Il progetto dell’Hadid non nega il paesaggio. Il suo blob architettonico, roccia, scgolio o corallo se preferite è permeabile verso il territorio. la luce viene modulata attraverso ampie vetrate poste a differenti quote che consentono di vedere il cielo, il mare, e tutto il territorio che circonda Bètile. In alcuni punti il museo si piega fino a creare delle zone espositive aperte. Zone di passaggio tra esterno e interno, spazi modulati dal museo stesso e dal paesaggio. Un percorso dei cinque sensi; visivo prima di tutto ma anche uditivo e soprattutto olfattivo. Basta giungere in Sardegna con l’areo per rendersi conto che nell’Isola c’è pure un profumo caratteristico.
E’ un progetto tridimensionalmente complesso e perciò difficile da capire con una lettura classica di piante e sezioni. Bisogna aspettare la conclusione dei lavori per visitarlo e capirne in pieno le sue caratteristiche e le relazioni con il paesaggio.

8 commenti Febbraio 8th, 2007

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Il numero 899 di DOMUS, il numero di Gennaio per intenderci, dedica un inserto di 100 pagine all’architettura in Sardegna. Il direttore della rivista, Stefano Boeri, fu nominato dalla Regione Sardegna nel Novembre 2005 presidente della giuria che doveva esaminare i progetti per il museo Betile, museo che sorgerà a Cagliari nei prossimi anni. Concorso voluto dalla Regione Sardegna e/o il governatore Renato Soru, in collaborazione con la stessa rivista Domus e il Politecnico di Milano. Nella giuria oltre il sopraccittato Boeri vi erano Antonio Marras, noto stilista Algherese, e Cristiana Collu, direttrice del MAN di Nuoro. La giuria ha premiato il progetto dell’architett(o)a Iraniana Zaha Hadid. Progetto di design architettonico, come amo definirlo, ma comunque molto interessante e che ambisce a produrre gli effetti che ha avuto il Guggenheim a Bilbao.
L’inserto di Domus passa in rassegna tutti i progetti partecipanti al concorso. Il concorso richiedeva agli studi partecipanti dei requisiti particolari per partecipare, così quelli che si sono contesi il primato sono tutti studi di livello internazionale, con un curriculum corposo. Quindi niente studi sardi per intenderci.
Consiglio vivamente l’acquisto del numero di Domus, o una consultazione in biblioteca.
Per chi è curioso di vedere il progetto di Betile, cliccate qui
Per visionare gli altri progetti cliccate qui

18 commenti Gennaio 25th, 2007

_Multiplicities

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Ultimamente mi è capitato di parlare con un amico dell’urbanistica di Nuoro, del suo sviluppo, della sua forma, delle sue anomalie. Penso che sia l’unica città che abbia il centro in periferia, alle spalle della cattedrale c’è uno strapiombo, e la città finisce. Questo limite fisico ha fatto sì che la città si sviluppasse orizzontalmente e non in modo centripeto. Ritengo che il centro si sia spostato e lo fisso all’altezza dell, ormai, ex UPIM, in quel grande anello che include lo stadio, l’artiglieria e la stazione ferroviaria. Il mio amico sostiene che il centro sia ancora il corso. La discussione non avuto vita lunga, rimanendo ognuno con la propria convinzione. Tornato a Roma, però, ho ripensato a quella discussione. Facendo un giro in Vespa per la città, mi sono accorto come una città così grande, con uno sviluppo centripeto abbia tanti ‘centri’, tante identità. Tanti quartieri, tante chiese, tanti mercati, tante piazze, tante piccole città dentro un unica grande metropoli. Ma perché allora c’è sempre questa necessità di sentirsi vicino al centro. Perché tante volte quando si cerca casa la si cerca ‘non distante dal centro’ anche se altre zone, magari periferiche, offrono più servizi, spazi verdi, parcheggi, supermercati. Che cosa trasmette il centro di una città? Che cosa rappresenta? Molte volte si cerca di stare il più possibile vicino al centro e poi magari nell’arco di un anno lo si visita pochissime volte. Ma questo discorso del centro può valere anche nel caso di centri piccoli? O in città/paesi come Nuoro che sono cresciute in modo disordinato senza un piano? Non ho mai sentito qualcuno a Nuoro che voglia andare ad abitare in centro. Ultimamente si discute della nascita di un centro commerciale nell’area industriale di Pratosardo. Molti dicono che questa struttura svuoterà il centro, che i commercianti avranno un danno economico da questo ‘migrazione’ commerciale. Penso che la migrazione sia iniziata tempo fa e che la causa sia da trovare nel disegno della città. Un problema di pianificazione ma soprattutto politico, di gestione del territorio. Si sta per formare un nuovo centro. Ma che rapporto avete voi con la vostra città? E il vostro centro qual è? E quale è il suo significato.

8 commenti Gennaio 17th, 2007

_MAN

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Sul numero 460 Aprile 2006 di Abitare, Beppe Finessi parla in un suo articolo del MAN, Museo d’Arte di Nuoro.
Riporto fedelmente l’articolo, sottoscrivendo in pieno le sue parole.

MAN
Museo d’Arte di Nuoro

Con un progetto culturale coraggioso, con una programmazione ambiziosa, con un’immagine coordinata che non passa inosservata, con una sede di grande presenza architettonica (un bel palazzo d’epoca completamente ristrutturato) il MAN di Nuoro ha dimostrato, in questi primi anni, di attività, come sia possibile raggiungere risultati oggettivamente positivi occupandosi d’arte, senza inseguire mostre di cassetta, senza stemperare le doverose pulsioni verso la ricerca, senza appiattirsi sulle pressioni dell’intorno geo-politico. Un bilancio, dopo sette anni di attività, dopo quaranta mostre, dopo altrettanti cataloghi autonomamente prodotti: un breve resoconto pieno di ammirazione e stima per questo museo, orgoglio di una città distante dai tradizionali itinerari turistici. Ma la provincia italiana spesso stupisce, è dinamica, aperta, desiderosa. Forse gli affari si continuano a chiudere a Milano, ma la ricerca quella no, ormai la si vede a Trento, a Bergamo, a Modena, a Monfalcone, a Isernia, a Prato, a Siena, e poi certo a Bologna, a Napoli, a Torino (tutte città con importanti musei d’arte contemporanea, alcuni di recente apertura o rinnovamento, molto spesso diretti da critici). O a Nuoro. DOve la direzione artistica di Cristiana Collu ha impresso, fin dai primi passi, un ‘impronta di profilo internazionale, senza dimenticarsi del patrimonio genetico del luogo(i grandi artisti di quella terra), senza chiudersi a possibili relazioni con altre istituzioni nazionali.
COsì sono state possibili mostre emozionanti, come quella di apertura su Eduardo Chillida, selezioni importanti per registrare un genio nei suoi 360 gradi (Bruno Munari), azzardi sui giovani e giovanissimi autori su cui era giusto investire (Matteo Basilè, Daniele Galliano o Marco Cingolani), riflessioni che hanno fatto il punto su movimenti da riscoprire (”Arte Programmata e Cinetica in Italia 1958-68″), riletture su momenti o cicli pittorici specifici dei grandi del Novecento (GIorgio de Chirico, Filippo De Pisis, Lucio Fontana, Joan Mirò, GIorgio Morandi, Pablo Picasso), sane parture alle discipline vicine (diverse proposte sulla fotografia, come la perfetta “Ugo Mulas”; una mostra esemplare su uno dei padri della grafica italiana “Giovanni Pintori”; una mostra originale tra immagine e design, “Intorno alla fotografia”), sperimentazioni non certo silenti (lo scandaloso Erwin Olaf), significative collaborazioni con altre realtà (”Italia quotidiana”, con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e “100 Capolavori dalla Raccolta Fotografica della Galleria Civica di Modena”), e doverosi omaggi ai grandi artisti di quella terra, come il racconto dell’esperienza importante, intensa, inarrivabile di Maria Lai. Mostre affidate spesso a curatori esterni, scelti guardando con curiosità ai pensieri vivi in giro per il mondo. Poi una pragmatica attenzione a ogni aspetto che oggi non va trascurato (relazioni, comunicazione, stampa, ospitalità, ecc…), e così, nel lungo periodo, questa istituzione si è trovata al centro delle migliori traiettorie dell’arte contemporanea, un museo sempre presente nella stampa specializzata e nei pensieri di tutti gli addetti ai lavori. Così come non sono mancati significativi riconoscimenti: nel 2004 Cristiana Collu, infaticabile e colta direttrice del MAN dalla sua fondazione, ha vinto il premio ABO (Achille Bonito Oliva) destinato alla migliore direzione di musei; nel 2005 il catalogo della mostra “Catastrofi minime”, con la grafica di Sabina Era (progettista fin dalla prima ora dell’immagine del museo), è stato segnalato nell’ADI Index 2005.
Bene: ma perché queste cose non avvengono anche per il mondo del progetto? Perchè continuiamo ad aspettare un museo del design (sia ben chiaro, legittimo e quanto mai necessario) quando nella realtà ne occorrerebbero cinque, dieci, venti di (agili) strutture per promuovere e sostenere il nostro sempre più fragile sistema design? Il “modello” MAN ci indica che dobbiamo imparare dall’arte.

Beppe Finessi
(architetto, giornalista, studioso di Munari, autore di allestimenti di mostre)

3 commenti Maggio 3rd, 2006

.::Citterio

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Progettare e costruire in Italia, quindi anche in Sardegna, oggi è cosa alquanto complicata.

Motivi politici, culturali, e di formazione universitaria sono i responsabili dell’arretramento architettonico della nostra nazione.

Da una parte la committenza limita la sua visione dell’architettura al ‘costo al mq’, dall’altra i progettisti si piegano ai loro voleri realizzando progetti di bassa qualità.

In Sardegna è maggiormente percepibile questa situazione.

L’ediliza privata Sarda degli ultimi anni, non brilla di certo per qualità architettonica.

Scelte progettuali fatte sotto la guida di una committenza non sufficientemente preparata e attenta al tema dell’abitare, e fortemente influenzata dallo stile smeraldino.

Il finto antico che trova la sua massima espressione nell’arco, ormai trasformato a puro elemento decorativo, è diventato lo stile dominante. Insieme a texture di granito sempre uguali, pavoncelle, tegole fintoantiche, travi in legno.

Anche le tipologie sono fortemente coinvolte da questo ‘degrado’.

L’architettura non dialoga più con il territorio e non riesce più a rappresentarlo.
La costa sarda, soprattutto quella orientale, pare edificata da un’unica mano.

Per molti pare ormai difficile concepire un’architettura diversa da questa, considerandola erroneamente quasi come l’archetipo dell’architettura sarda.

Ma esistono dell’eccezioni. Architetture che potrebbero aprire le porte ad un nuovo modo di costruire. Nuove forme, nuove espressioni di una terra che coinvolge i cinque sensi. Nuovi modi di concepire il progetto.

Vi segnalo quest opera, progettata da Antonio Citterio e Patricia Viel, due ‘non sardi’.
Non ci sono indicazioni ufficiali nelle riviste specializzate, ma pare che il committente sia il governatore della Sardegna Renato Soru.

Letto e rielaborato da Abitare 451 Giugno 2005
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La proprietà nella quale sorge la costruzione si trova a cinquanta chilometri a sud di Cagliari. La tenuta Cuccureddus, proprietà agricola di 40 ettari, coltivata ad ulivi e viti, con un’unica costruzione esistente restaturata appunto da Citterio e Viel. Ristrutturazione che rinuncia a nuova volumetria, secondo le nuove norme urbanistiche della Regione Sardegna.
Il progetto integra mimeticamente natura e costruito secondo le consuete coordinate dell’architetto milanese: discrezione e leggerezza.
La casa si trova a quattro metri sul livello del mare nella parte più depressa della proprietà che sale sulla collina e si estende poi a sud nelle coltivazioni di viti, agrumi e ulivi.
Trait d’union spaziale e filtro luminoso sono i grandi porticati che, in un’alternanza flessibile di interno/esterno, valorizzano la fruizione della casa nelle diverse stagioni.

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La difficoltà, dice la Viel, “è stata quella di restituire un volume naturale al paesaggio. Ecco giustificato allora l’intonaco di calce irregolare e greve che fa vivere le ombre, i lunghi patii che si intrecciano al verde, i telai in legno di teak, i tagli nel muro che si aprono al mare e al cielo.”
L’edificio aveva una forma irregolare, disordinata,complicata da un vistoso sistema di pergole che ne esageravano l’impatto volumetrico.

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La scelta progettuale ha ridotto la volumetria, sostituendo il tetto a falda con una copertura piana in modo da ridimensionare la presenza dell’architettura dal mare. Il granito riveste il basamento su cui si erge il volume bianco, dove lo spessore delle murature perimetrali crea ombra ed evita l’utilizzo di tende. I tagli profondi delle aperture trattengono la luce e si aprono al paesaggio.

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Le finestre divengono così quadri naturali di suggestiva bellezza, sprazzi di luce e colore nel rigore ascettico degli interni, in cui irrompe prepotente il mare.

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14 commenti Febbraio 19th, 2006

*Olimpiadi

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Mario Cucinella architetto classe 1960.
Allievo di Renzo Piano per 5 anni, fonda nel 1999 il Mario Cucinella Architects.
Lo studio che si trova a Bologna si occupa di progettazione architettonica con particolare attenzione alle tematiche energetiche ed ambientali, nel design industriale e nella ricerca tecnologica.

In occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006, vorrei segnalarvi un suo progetto che ha a che fare con lo sport, in un modo molto originale e divertente.

Tratto dal sito http://www.mcarchitects.it

Parigi, Villejuif Léo Lagrange
Stazione della metropolitana

Per celebrare il centenario della metropolitana parigina, RATP (Régie Autonome des Transports Parisiens) ha promosso un concorso per la riqualificazione di dieci stazioni, stabilendo per ciascuna un tema che ha segnato il XX secolo.
Il progetto di MCA, sul tema dello Sport, riguarda la stazione di
Villejuif-Léo Lagrange (nel XIII Arrondissement) dedicata al grande sportivo ed ex ministro della Repubblica francese. L’intervento è consistito in una completa ristrutturazione della stazione, incluso il sistema di illuminazione che come gli altri elementi compositivi è stato organizzato in linea con il tema fissato. La collaborazione di architetti, scenografi, grafici e direttori sportivi – nel rispetto delle indicazioni di RATP – ha assicurato la piena valorizzazione dello spazio della stazione, dal piano ammezzato dell’ingresso a quello a tutta altezza delle banchine di attesa.

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Il tema sportivo si sviluppa attraverso un apparato scenografico dominato dai pannelli metallici modulari a parete (altezza 7 m), sui quali è stato applicato un film adesivo stampato ad alta definizione con rappresentazioni delle performance sportive di nuoto e corsa, messe a confronto con il mondo animale. Sulle pareti delle banchine sono inoltre riportati aneddoti della storia dello sport e record; segni e misure tipici dei campi sportivi, tracciati con diversi colori sui pavimenti, accompagnano i viaggiatori nei loro percorsi, mentre schermi televisivi, opportunamente dislocati, riportano in tempo reale i risultati degli eventi sportivi. I cestini portarifiuti, numerati come le magliette delle squadre sportive, e il sistema di illuminazione, realizzato con speciali cestelli ispirati alle luci dei campi di gioco, completano la scenografia d’insieme.

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10 commenti Febbraio 10th, 2006


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